ALIENAZIONE PARENTALE

Prima di entrare nello specifico del tema dell’alienazione parentale, ci tengo a dire quanto sia importante, per chi, come me, si occupa di diritto di famiglia, avvertire l’esigenza e anche il dovere di aggiornamento continuo, sforando anche in materie limitrofe all’area forense, che aiutano a comprendere meglio quello che accade nell’ambiente familiare, dove la legge, per sua natura, non può arrivare.
Questo perché le famiglie e i legami affettivi si evolvono rapidamente e noi non possiamo restare a guardare, mentre i bambini subiscono, spesso nel silenzio generale, traumi psicologici profondi che rischiano di compromettere la loro crescita.
La legge a volte non basta se non è informata su quello che accade realmente nell’universo familiare e sulle conseguenze psicologiche e sociali che possono derivare per i minori.

Ecco perché in questo articolo voglio dedicare all’alienazione familiare uno sguardo multidisciplinare che contempera gli aspetti giuridici con gli studi psicologici sul tema, come quelli dello Psichiatra Giovanni Battista CAMERINI, che ho avuto modo di scoprire di recente.
Possiamo intervenire adeguatamente sull’alienazione se comprendiamo cosa c’è veramente dietro a quel rifiuto del minore di vedere un genitore e che cosa succede nello sviluppo del bambino se il fenomeno si protrae.
Vediamolo insieme.

Le cause e le conseguenze del rifiuto.

Partiamo dalle cause:
Il rifiuto è giustificato da comportamenti negativi messi in atto dal genitore rifiutato, come abusi, violenze o grave trascuratezza?
Oppure c’è una ricorrente manipolazione messa in atto dall’altro genitore?
La questione cambia parecchio.
Nel primo caso parliamo di estraniazione, nel secondo di alienazione parentale.
Nell’alienazione parentale il minore rifiuta di vedere un genitore perché finisce per fare propri i sentimenti ostili dell’altro genitore, quello che passa più tempo con il bambino e che mette in atto comportamenti manipolatori.
Il minore sviluppa una sorta di alleanza con quel genitore entrando in un profondo conflitto quando si tratta di vedere l’altro: una sorta di conflitto di lealtà.
Questo genera il comportamento di rifiuto, che può comportare una perdita prolungata di contatto con il genitore rifiutato.


Gli studi psicologici intervenuti su situazioni di questo tipo hanno evidenziato i possibili danni sulla crescita del minore: il bambino tende a sviluppare stati ansiosi, rabbia e distorsioni cognitive che possono compromettere stabilmente lo sviluppo della personalità con conseguenze importanti anche nell’età adulta.
Il fenomeno è dunque grave.

Come affrontare l’alienazione parentale?

Quali rimedi?

Alienazione Parentale – I rimedi italiani e il Family Bridging

I rimedi attuali come gli incontri protetti o i percorsi di psicoterapia o mediazione familiare non sempre funzionano.
Gli incontri non si rivelano risolutivi perché, in assenza di altri interventi di accompagnamento, anche se il minore inizia a vedere il genitore che rifiutava di incontrare, rimane spesso influenzato dall’altro genitore e quindi il rapporto non si scioglie concretamente.


Anche i percorsi di psicoterapia o mediazione familiare non sempre portano a buone evoluzioni, perché sono comunque imposti, per cui non assicurano un cambiamento reale nelle persone, che potrebbero rimanere radicate nelle loro visioni.


Tutto questo può essere aggravato dal fatto che la situazione si protrae in alcuni casi per molto tempo e se arriviamo all’adolescenza diventa più difficile intervenire con successo.
L’intervento dovrebbe quindi essere anche molto tempestivo, prendendo la situazione in tempo.

Possono esserci altre soluzioni?

A mio avviso sì, se tutti collaboriamo in questa direzione e se usiamo meglio le importanti novità introdotte dalla Riforma Cartabia, attingendo anche dall’esperienza straniera.


Prendiamo il Family Bridging, un metodo proveniente dal Nord America che si pone come intervento pedagogico ed educativo. Questo approccio è molto potente ed è basato su queste linee guida:
– accompagnare il minore ad uscire dai condizionamenti emotivi subiti dal genitore alienante
– lavorare sullo sviluppo del pensiero critico del minore e sulla ricostruzione di ricordi reali non manipolati, in modo tale che il processo cambi dall’interno e non da un’imposizione
– favorire la crescita di esperienze positive da vivere con il genitore che è stato rifiutato.


Quando la situazione è grave, potrebbe essere anche previsto un temporaneo allontanamento del minore dal genitore che ha messo in atto la manipolazione, in modo da favorire il ripristino della valutazione autonoma del bambino senza essere influenzato dall’esterno.


La domanda che sorge in tutto questo è però la seguente: come applicarlo in Italia?


Di fatto non ci sono preclusioni giuridiche, trattandosi di linee guida e principi generali che possono essere applicati con gli strumenti che già abbiamo, se superiamo i limiti attuali del sistema giudiziario che spesso rischia di ridurre il ruolo di Servizi Sociali e Curatore Speciale a mera delega.
Servirebbero inoltre formazioni specifiche sul tema per gli operatori coinvolti.
Ma se riusciamo ad aprirci ad una visione più aperta in ottica di maggiore tutela del minore, uno strumento esiste già ed è la figura dell’Esperto per la fase attuativa, che può essere nominato dal Giudice a norma dell’art. 473-bis.26 c.p.c sia su istanza congiunta delle parti che d’ufficio, proprio quando la tutela del minore lo richiede.
Si tratta di un esperto ausiliario, coordinatore genitoriale o professionista con formazione psicoforense, che potrebbe essere proprio la figura attuativa del Family Bridging.

Gli stessi compiti attribuiti dalla legge a questa figura hanno lo spazio per intervenire in questo senso, se si considera che si occupa di:
– disporre e calendarizzare gli incontri tra genitore e figlio, avvalendosi di educatori professionali;
– monitorare gli incontri assistiti fornendo anche indicazioni di comportamento ai genitori.
– valutare la solidità del riavvicinamento per proporre al giudice incontri liberi non assistiti.


Ricorrere a questa figura più spesso, potrebbe essere la svolta per una reale collaborazione tra sistema giudiziario e accompagnamento psicologico e portare in questo modo cambiamenti effettivi che tutelano i minori alla radice dei problemi.


Proprio da questa sinergia tra discipline diverse può nascere una nuova mentalità giuridica, che non si limiti ad applicare fredde soluzioni al rifiuto genitoriale, ma che cerchi di comprenderne le cause per sanare la frattura.


E qui giocano un ruolo fondamentale gli avvocati di famiglia, perché le decisioni dei giudici sono senza dubbio influenzate dall’approccio dell’avvocato che sa aprirsi oltre le materie giuridiche, in modo da poter comprendere meglio quello che accade nell’ambiente familiare.
In questo tutti gli operatori del diritto possono fare molto: sensibilizzare la legge ad andare oltre la superficie delle cose.
Dopotutto, difendere i diritti di una famiglia significa proprio questo: non smettere mai di studiare e di mettersi in discussione, cercando soluzioni inedite per ricostruire i legami spezzati.


Non servono nuove normative, ma possiamo farlo sfruttando appieno gli strumenti legali già a disposizione con la Riforma Cartabia che ha potenzialità ancora inesplorate e presentare richieste innovative, sostenute da solide argomentazioni che, oltre al fondamento giuridico, si aprono alla psicologia e alla sociologia.
Questa è una visione, una speranza e anche il mio impegno concreto nel mio lavoro.

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EMANUELA MASSARI

AVVOCATO NEGOZIATORE ESPERTA IN PRATICA COLLABORATIVA FAMILIARE E RISARCIMENTO DEL DANNO A L’AQUILA E ROMA

Mi chiamo Emanuela, classe 1976, avvocato dal 2004, iscritta presso l’Ordine degli Avvocati di L’Aquila, con un’esperienza continuativa nell’ambito del diritto civile, impegnata soprattutto nel diritto di famiglia.

Il mio modo di lavorare è orientato al perseguimento di una giustizia sostenibile, con il minor impatto emotivo possibile per le persone coinvolte. 

Mi adopero per sensibilizzare le persone alla prevenzione della lite e ai vantaggi di un buon accordo.