Come tutelare i minori dai pericoli del mondo digitale?
La questione sta diventando sempre più rilevante per le famiglie, per la società e anche per il
diritto, in un momento storico dove l’ambiente digitale è sempre più frequentato e accessibile,
con rischi di ogni tipo e con effetti importanti anche sul benessere mentale dei minori, che
tendono a sviluppare dipendenze e a isolarsi dal resto del mondo.
C’è un momento preciso in cui un device smette di essere uno strumento di svago e diventa una
cella invisibile, rendendo i minori, soprattutto adolescenti, prigionieri di smartphone, social e
videogiochi.
Accade quando un adolescente si isola dal mondo, interrompendo o trascurando il percorso
scolastico, e manifestando anche condotte violente verso i genitori, pur di difendere il proprio
legame con lo schermo.
Questo non è solo un “disagio giovanile”: è un nodo giuridico che sta riscrivendo le regole del
diritto di famiglia, nato per un’altra epoca e che oggi si trova a dover fare i conti con i rischi
della rete e la realtà del gaming online e dei social.
È un terreno ancora inesplorato dove giudici e genitori camminano sopra quasi in punta di piedi,
con un unico parametro guida che vale per tutto il diritto di famiglia:
l’interesse del minore
il miglior interesse del minore
(the best interest of the child)
Questo è infatti il metro di misura che va preso in considerazione per bilanciare il diritto
all’autonomia del minore e la sua tutela, con obblighi educativi e vigilanza da parte degli adulti.
In questa nuova visione, il minore non è, infatti, solo un soggetto passivo da proteggere, ma è
un titolare attivo di diritti che lo Stato deve garantire, anche contro l’inerzia o l’incapacità
educativa dei genitori.
Non parliamo più di “potestà”, ossia di potere dei genitori sui figli, ma di un sistema
“paidocentrico“, che riguarda tutti, dove il fulcro è esclusivamente il superiore interesse del
minore (il cosiddetto best interest of the child).
Un tempo l’interesse del minore era limitato, sostanzialmente schiacciato da quello della
famiglia come istituzione. In altri termini, ciò che contava era la stabilità del nucleo e anche
l’onore familiare.
Oggi la prospettiva è ribaltata di 180 gradi:
al centro c’è la persona del minore, con il suo diritto ad uno sviluppo sano, alla sua felicità, alla
sua autodeterminazione, che è direttamente proporzionale all’età.
Il minore non è più visto come un oggetto da proteggere e basta, ma come un soggetto con
diritti, un cittadino in divenire.
Questa inversione di rotta trova il suo epicentro nella Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia.
L’art. 3 è un faro, nell’affermare che l’interesse del fanciullo deve venire prima di tutto il resto.
Il best interest of child deve essere un valore assioma, la stella polare che guida le forme di
supporto e tutela.
Istituzioni e normative nazionali ed europee giocano, infatti un ruolo fondamentale in questo,
proteggendo l’identità personale e la crescita equilibrata dei giovani di fronte ai rischi della rete.
E in concreto ovviamente sorgono domande come queste:
Di fronte a un figlio dipendente da internet che responsabilità hanno i genitori?
E la legge che strumenti ha per proteggere?
In questo articolo, cerchiamo di rispondere, per chi si trova a vivere situazioni di questo tipo.
La tutela del minore nell’era digitale – dipendenza da schermo: cellulare, internet, social e videogiochi
Il tema è attuale e lo è anche per la mia professione, perché questo articolo prende spunto
proprio da un caso giudiziario reale di cui mi sono occupata in qualità di Curatrice Speciale, che
riguarda un adolescente affetto da isolamento sociale e dipendenza tecnologica.
Il ruolo che ho rivestito di Curatore Speciale è una figura necessaria per interventi
personalizzati al fine di garantire il benessere psicofisico del minore soprattutto quando i
genitori hanno oggettive difficoltà a gestire situazioni di questo tipo, anche se spesso fanno
fatica ad ammetterlo.
Il caso – dipendenza da schermo e isolamento
Recentemente mi sono trovata ad occuparmi, presso il Tribunale per i Minorenni di L’Aquila, del
caso di un minore adolescente in stato di isolamento totale, dipendente dai device e aggressivo
verso la madre.
La questione, in realtà, è nata come una vicenda da manuale di abbandono scolastico, che
tuttavia era solo la punta di un iceberg.
Le indagini condotte dai Servizi Sociali e dagli specialisti hanno, infatti, rivelato un quadro di
grave disagio: il disagio di un ragazzo che si era completamente isolato e che manifestava
comportamenti aggressivi, oppositivi soprattutto con la mamma.
La sua unica finestra sul mondo era diventata internet, da cui aveva sviluppato una dipendenza
da schermo.
Purtroppo il contesto familiare non aiutava per niente ed anzi era parte del problema.
I genitori, anche a detta del ragazzo, erano bloccati in una conflittualità altissima, incapaci a
collaborare.
La risposta dei giudici non è stata una semplice ramanzina, ma un intervento sistemico: la
nomina di un curatore speciale e l’attivazione di un percorso di recupero psicodiagnostico e
relazionale.
Di fronte ad una situazione così complessa il Giudice ha, infatti, messo in campo un sistema
ben strutturato, nominando in primis, un Curatore Speciale del ragazzo, così da potergli dare
voce nel processo ed assicurarsi che il soddisfacimento dei suoi bisogni avesse la priorità
rispetto al conflitto familiare e, in secondo luogo, è stata attivata un’equipe multidisciplinare
composta da Servizi Sociali e Neuropsichiatria Infantile.
L’obiettivo non era certo quello di punire qualcuno, ma capire le origini del disagio, le dinamiche
di quella famiglia, i motivi di quella fuga nel digitale, perché solo così si poteva costruire un aiuto
su misura per il ragazzo e soddisfare il suo miglior interesse, quel best interest of child di cui ho
parlato prima.
I rischi della rete per i minori
Sarebbe inutile negare che la rete è una realtà a tutti gli effetti, entrata a pieno titolo nella
quotidianità di tutti, quindi anche il minore ne è coinvolto e sarebbe impossibile, oltre che
inopportuno, evitarlo completamente.
Oggi il contesto digitale per i minori è, infatti, diventato un ambiente di vita, è il luogo dove
crescono, dove costruiscono la loro identità, dove nascono anche le loro amicizie.
E come ogni ambiente ha i suoi pericoli che richiedono attenzione.
Spesso si tratta di pericoli che i genitori non possono neanche immaginare e che comunque non
conoscono pienamente, perché provengono dall’era analogica:
– rischi relazionali, come l’adescamento on line, il grooming, il cyberbullismo che non
finisce mai e ti segue a casa h 24
– rischi legati ai contenuti, quando l’oggetto della divulgazione è violenza, pornografia,
fake news
– rischi di dipendenza, quando uno strumento diventa attaccamento e provoca
assuefazione, come nel caso che ho seguito come Curatore Speciale
La dipendenza assume poi una specifica legata all’uso dei videogiochi, il c.d. gaming disorder,
che l’Organizzazione Mondiale delle Sanità ha definito come una patologia.
L’OMS non dice che giocare ai videogiochi sia una malattia, ma dice che potrebbe diventarlo,
quando il gioco assume portata così pervasiva da prendere il sopravvento su tutto: scuola,
amicizie, sonno.
Il gioco diventa l’unica cosa che conta a tal punto da diventare una dipendenza a tutti gli effetti.
La Responsabilità Genitoriale Digitale
Viviamo in una dimensione “onlife”, dove il confine tra reale e digitale è ormai inesistente con i
pericoli che abbiamo appena visto, ma chiudere l’accesso al digitale e proibire sappiamo già
che non è la soluzione, perché si tratterebbe di negare una realtà e sarebbe comunque
rischioso, perché non garantisce che il minore non trovi il modo di aggirare i divieti.
La visione giuridica e pedagogica moderna vanno piuttosto verso la direzione della
responsabilità genitoriale digitale, che non significa solo sorvegliare i figli, ma implica un dovere
educativo attivo, che richiede di sedersi accanto ai figli, navigare con loro, insegnare loro a
riconoscere una notizia falsa e a proteggere i propri dati.
Si tratta di un’alfabetizzazione digitale idonea a guidare il minore in questo mondo pieno di
informazioni e insidie.
Il genitore ha il dovere di monitorare, filtrare e, soprattutto, educare all’uso consapevole,
utilizzando, se necessario, anche strumenti di parental control, che hanno la loro utilità, ma non
possono comunque sostituirsi alla relazione diretta e quindi al dialogo.
A questo proposito, basta pesare alla situazione in cui il genitore inserisce un filtro: per quanto il
genitore si senta a posto nei confronti del figlio, quest’ultimo invece non sa perché mamma e
papà hanno preso quella misura. Cosa impara quel ragazzino?
Certamente non impara a riconoscere il pericolo, ma lo vive come un divieto da aggirare, magari
adoperandosi per trovare il modo di neutralizzare il filtro (usando la Wi Fi del vicino o il telefono
di un amico, per esempio).
Ecco perché il controllo esercitato unilateralmente dal genitore, senza un accompagnamento
educativo, è solo un’illusione di sicurezza, a sua volta pericolosa.
E se i genitori non ce la fanno? Cosa rischiano?
Prendiamo la situazione che vede coinvolti genitori altamente conflittuali come nel caso di cui ho
parlato. Ecco, quando accade questo, la legge non li lascia soli.
Se la condotta dei genitori appare inadeguata o pregiudizievole, come nel caso in cui dimostrino
un’incapacità di gestione della dipendenza del figlio, il giudice può intervenire con i
provvedimenti convenienti (art. 333 c.c.).
Questo non significa che il minore debba venire allontanato dalla famiglia, ma vengono disposti
percorsi di supporto psicologico o di sostegno per il minore e anche direttamente alla
genitorialità.
In altri termini, l’obiettivo è aiutare la famiglia a recuperare le proprie competenze.
Europa e Italia per la tutela digitale dei minori.
L’UE si è mossa con una certa decisione.
Il primo passo è stato il GDPR, il Regolamento sulla Privacy che già conteneva regole
specifiche sulla protezione dei dati dei minori.
Più di recente è stato creato il Digital Service Act (DSA), con cui viene attribuita alle piattaforme
utilizzate dai minori la responsabilità degli ambienti che creano ed hanno l’obbligo di valutarne e
mitigarne i rischi.
In Italia è stato emanato il Decreto Caivano che ha introdotto norme specifiche per impedire
l’accesso a siti pornografici ed ha rafforzato l’obbligo di fornire i sistemi di controllo parentale già
installati sui dispositivi.
Un nuovo patto educativo.
Il diritto di famiglia oggi ci lancia una sfida: passare dal controllo alla guida.
La tecnologia non è un nemico da bandire, ma un ecosistema che richiede una presenza
genitoriale nuova, capace di bilanciare protezione e libertà.
Educare un figlio nel mondo digitale è come insegnargli a nuotare in un oceano aperto: non
serve a nulla proibirgli di guardare l’acqua o costruire muri sulla spiaggia; il dovere del genitore
è fornirgli il salvagente della consapevolezza e restargli accanto finché non sarà in grado di
navigare le correnti da solo.
E quando qualcosa scappa di mano, il genitore non deve temere a chiedere aiuto, perché
l’intento è nella direzione dell’aiuto e non della punizione.



